Demis Cavina per Basketkitchen (prima parte)

Mi è capitato mille volte, ed altrettante ancora succederà, di dover spiegare la posizione geografica del paese in cui sono nato e vivo. Un paese di confine, l’ultimo baluardo emiliano sulla via Emilia. Castel San Pietro Terme ed il suo torrente Sillaro infatti tagliano la provincia di Bologna in due dividendo, come scritto nei testi storici e raccontato anche dai nostri nonni, l’Emilia dalla Romagna. Questo particolare è ai più sconosciuto anche per lo stesso volere delle due parti in causa. Da un lato i bolognesi non vogliono ammettere che due comuni, tra l’altro tra i più famosi della provincia, come Dozza ed Imola seppur targati BO, appartengano geograficamente agli storici rivali. Dall’altro lato i romagnoli non possono accettare che uno spicchio, seppur piccolissimo, della terra del “liscio” rimanga nella provincia del capoluogo emiliano. Quindi, come in presenza di un tacito accordo, meglio insabbiare il tutto nella speranza che in futuro qualche politico che abbia a cuore la storica tenzone, ponga rimedio.

In mezzo, come da cuscinetto, noi castellani. Odiati dagli uni, i romagnoli, emarginati dagli altri, per avere comunque troppe analogie con i rinnegati corregionali. A cominciare dal dialetto che, seppur di forte accento bolognese, non riesce a celare qualche influenza “straniera”.

Onestamente mi sono sempre chiesto quale fosse la “sponda migliore”, seppur fin dai tempi della scuola (tra l’altro frequentata ad Imola) da parte mia e dei miei compagni castellani, era fin troppo chiara la rivalità con i coetanei romagnoli. Rivalità che si ingigantiva tutte le volte che aveva uno sfondo sportivo. Ma la mia domanda non ha ancora avuto risposta probabilmente anche per il mio sangue meticcio (romagnolo da parte di mamma), per aver trovato la mia dolce metà  in quel di Imola (ed i miei due figli nati nell’ospedale imolese), perché alla fine non sono poi troppo distante dal modo di vivere romagnolo.

Ma l’essere nato e vivere tuttora in un comune di confine, penso abbia l’aspetto più positivo nel saper apprezzare le rispettive cucine, e visto che nel caso si parla di quella emiliana e quella romagnola , penso sia un bell’andare. Mentre le varie fazioni s’interrogano infatti se sia meglio il tortellino al cappelletto, il manzo bollito all’arrosto, il lambrusco al sangiovese, la mia fortuna è l’essermi adeguato ad entrambe facendomele piacere (sinceramente senza una grossa fatica).

Demis Cavina – fine prima parte

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