Ricordo di mio Padre Cav. Prof. Mario Vacirca 

Dieci anni fa moriva mio padre. Da allora il suo rantolo di uomo morente è un suono vivo dentro di me. È il battito del mio cuore.

È spirato nel suo letto, come desiderava, nella casa che aveva costruito per dare un senso alla storia di una famiglia di uomini di stato e militari e di donne pazienti e devote.
Mario Vacirca, il nonno del mio Mario, era un pilastro dei Savoia in zone complicate. Podestà e commissario, mori servendo il Re fino all’ultimo giorno a Vizzini. Suo figlio Pietro divenne inevitabilmente un alto ufficiale dell’esercito italiano. Mario, Pietro e Mario sarebbero morti tutti e tre per complicazioni legate al diabete: un messaggio chiaro per le generazioni future dei Vacirca.
Da suo nonno Mario, eroico nella lotta al colera a Linguaglossa, assediato a Piana dei Greci, di stanza anche a Altamura dove gettò il seme del destino che mi ha unito a Meo Sacchetti, mio padre ereditò passioni e qualità di lottatore, espresse poi nel gioco del rugby, prima nel GUF, successivamente nella Ginnastica Torino.
Suo papà Pietro e sua mamma Elide Poggi gli impartirono una educazione straordinaria e rigidissima, marziale, che avrebbe imposto come regola per tutta la sua vita, privata e professionale.
Elide Poggi era una ragazza di Isola Sant’Antonio che conobbe il Colonnello Vacirca a un ballo. La serata in balera si tramutò in matrimonio, dal quale nacquero prima Mario, a Voghera, esattamente alla Cascina Campasso fuori Medassino, e poi Giuseppe detto Pucci, a Tortona.
Mio padre e suo fratello persero i genitori in giovane età: arrivarono il diabete di Pietro e il cancro che Elide nascose a tutti, per non creare preoccupazioni. E fino al 1969 le due donne della loro vita furono Teresa Castelli, loro governante e seconda madre, che riposa da 32 anni nella tomba di famiglia, e una zia non vedente, Balbina Poggi, per le quali nel 1966 iniziarono la costruzione della casa al paese, dove tra l’altro mio zio fu sindaco per più mandati, una vocazione senz’altro ereditata dal nonno. Quella casa doveva essere il loro punto di ritrovo, e così è ancora per noi oggi. Ci regala la magia di un passato tutto rigorosamente archiviato in foto, ritagli di giornale e documenti raccolti con cura e amore per le origini.
Mario Vacirca è stato un grande medico e un magnifico uomo di sport: li ha praticati più o meno tutti tranne la pallacanestro. Di lui ho trovato foto su campi da rugby, tennis, calcio e recentemente pure pallavolo.


La sua fantastica generosità lo ha portato a essere presidente di squadre di calcio, ciclismo, circoli di tennis, e socio fondatore di un sacco di cose, pure di una bocciofila. Anche qui niente basket, ma c’è una foto che lo ritrae insieme a giocatori delle squadre di Alessandria e Pontremoli: ma è lo sport che ha voluto lasciare a me.

E poi c’era la Juve, di cui è stato anche consulente con i giocatori che gli spediva ogni tanto Boniperti, l’ultimo in ordine di tempo Roberto Bettega dopo il terribile infortunio che gli impedì di diventare Campione del Mondo nel 1982. Quella mattina a Pietra Ligure mi portò con sè, e fu una grande emozione.
La sua passione bianconera prese corpo a Torino con amici di infanzia che si chiamavano oltrechè Boniperti, Farfallino Borel, frequentato fino alla morte a Finale Ligure e Valerio Bacigalupo, il portiere del Grande Torino, dal quale andava ad ascoltare la radio.


A casa nostra il grande amore per la Juventus si è sempre accompagnato a un profondo e sincero affetto per il Torino: da noi il derby non è mai esistito, era una vittoria che non si celebrava, una sconfitta che non procurava dolore ed una partita che allo stadio non siamo mai andati a vedere. Una autentica anomalia !

La sua bellissima ricompensa per una vita legata allo sport arrivò con un altro tipo di vittoria nel 1970, a cinquant’anni.
Il suo vecchio amico Giannetto Cimurri, storico massaggiatore di Fausto Coppi, gli chiese la cortesia di prendersi cura della schiena di una giovane ragazza di Reggio Emilia, Paola Chierici, che con la sorella Graziella vendeva abbigliamento in un negozio vicino al suo.

I 22 anni di differenza scomparvero già al loro primo incontro in ospedale a Milano.
Arrivarono nozze lampo e due figli. Rimanemmo a Garbagnate fino al 1975, poi ci trasferimmo a Loano: il cuore gli aveva detto di tornare a Pietra Ligure per terminare la carriera laddove l’aveva iniziata. Scelta calcistica, da “oriundo, e non a caso nei Vacirca scorre anche tanto sangue Argentino.

Sempre il cuore dell’ oriundo gli consigliò di chiudere il cerchio della sua vita nel paese della madre, per trascorrere vent’anni pieni in mezzo alla “sua gente”, uomini e donne che amava e rispettava profondamente, Gente di sudore e fatica nei campi, ai quali decise di restituire con le sue cure quel patrimonio di valori che solo la terra sa trasmettere. E che offriva con i suoi frutti depositati di nascosto fuori dalla porta, una processione generosa che voleva ringraziare di visite e assistenza.
Mio padre era diventato Cavaliere del Lavoro nel 1985, ma ce lo nascose fino al giorno in cui, a pochi mesi dalla sua morte, Paola trovò nascosto un faldone di carte e una lunga serie di missive in cui si sollecitava il Cav. Prof. Mario Vacirca al ritiro dell’onoreficenza a Savona: a invitarlo era un savonese di Stella, Sandro Pertini.
Alla fine ci andò ma la vicenda alla Bob Dylan venne fuori 22 anni dopo, e non ne fui sorpreso.

A chi lo definiva luminare e benefattore lui rispondeva che l’essenza della missione stava nel fare il proprio dovere fino in fondo, che quella del medico era una scelta quasi francescana, nella quale il salario non poteva arrivare dalla sofferenza, a maggior ragione fuori dall’Ospedale, una Chiesta che lo Stato metteva a disposizione dei malati per le cure, e dei medici per dare conforto.

Gli ultimi anni della sua vita non sono stati facili.
L’avanzare dell’età e l’incedere della malattia erano inesorabili e gli procurarono grandi sofferenze, alleviate dalla presenza e dalle cure di una moglie magnifica e devotissima. Non gli procurai grandi gioie, lontano e incapace di bilanciare bene come lui il peso da attribuire allo studio, al lavoro e allo sport, invertendo di fatto le sue priorità.

Un aspetto che sono riuscito a correggere dopo i 40 anni: meglio tardi che mai.

Al suo capezzale c’eravamo tutti. In silenzio aspettammo il momento in cui nella stanza “entrò una minima parte della luce eterna del Signore”.
Il suo respiro prima rallentò, poi si interruppe.

Il suo volto si rilassò: sua madre lo stava accarezzando di nuovo, erano passati 50 anni dall’ultima volta.

Spalancò i suoi incredibili occhi azzurri, quelli che ha lasciato a mia sorella Cristina, e lo vedemmo consegnarsi a Dio.

“Facciamo crescere la nostalgia. Perché questo ci spingerà a ritrovarci, a abbracciarci”

[Papa Francesco]

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2 commenti

  1. Alessandro

    Bellissimo racconto e bellissime parole, da padre sarei orgoglioso di cosa e come hai scritto.

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