Off topic: le alte speranze di Springsteen

C’entra poco con la pallacanestro e la cucina, anche se c’è un blog che è riuscito a mettere nello stesso spazio la passione per il Boss e gli hamburgers, però è l’occasione per aprire inevitabilmente BK alla vita che faccio. Dovessi rimanere chiuso dentro il mondo dei canestri e dei fornelli, lo spazio che ho creato due anni fa non avrebbe più senso di esistere.

Sono circa 30 anni che dedico svariate ore al giorno a Bruce Springsteen. Una passione nata per caso a Loano, quando ero ragazzino, e cresciuta a Voghera grazie a due amici del tennis: Gianluca Villani prima, uno che il Boss lo ascolta da lassù da troppo tempo, folgorato in un attimo nella cantina di casa, giovane, forte e talentuoso. Claudio Magnani poi, a colpi di cassette e bootleg, diritti e rovesci. Claudio Magnani è uno di quelli che insieme a Renato Cifarelli e Lele Baiardi partì da Voghera nel 1981 destinazione Zurigo. Che nel 1992, quando giravo l’Europa come uno scemo, già mi diceva che certi tempi erano finiti. Però la sua collezione di dischi pirata non me la vendeva…. Oggi lavora alla Universal, in un’altra vita recensiva per Buscadero.

Ho perso il conto dei concerti che ho visto e delle registrazioni che possiedo. L’ho perso perchè mi hanno sempre infastidito gli atteggiamenti di chi ha adoperato il pallottoliere per professare la propria fede o il proprio ius primae noctis. Comunque sono molti più di cento.

Ho incontrato Springsteen una volta nella mia vita, insieme a Toto Ricciotti e a Paolo Citrini, dopo il concerto di Udine. Guido Bagatta ci imbucò alla cena post concerto. Trascorremmo due ore e mezza nella stessa stanza e parecchi momenti insieme.

Sono sempre stato un fan abbastanza atipico: molto spesso ho viaggiato da solo. Grazie a lui, ma soprattutto alla mia famiglia, prima ignara poi piena di sopportazione, ho visto tante parti del mondo.

Per me rimane abbastanza incomprensibile andare in posti bellissimi e non dedicare nemmeno un paio d’ore alla visita della città perchè ci sono da fare le file e gli appelli. Non ho alcun problema ad ammettere che sono entrato in tanti pit grazie ad amici, conoscenze e spesso qualche scena in stile Totò e Peppino.

D’altronde sono abbastanza vecchio e abbastanza stanco, a volte abbastanza stufo, e poi sono una gran bella forchetta. Vuoi mettere saltare un pranzo a Dublino, Parigi, Praga? Impossibile.

Ho vissuto una bella esperienza l’anno scorso con una cosa che ha coinvolto l’azienda per cui lavoro ed una avventura chiamata Barracuda Rock Tour: per me è stato come quando i miei amici andavano all’Istituto Vittorio Alfieri e facevano 3 anni in 1. Tre mesi d’estate che mi sono costati 3 anni di vita. Non c’era solo Springsteen, sia chiaro, ma il Wrecking Ball Tour era la colonna portante dell’idea. Abbinare un paio di scarpe al rock, un anno e mezzo fa, fu una trovata abbastanza giusta. Il giornale Rolling Stone, qualche mese fa, ha indetto un concorso per la scarpa più rock, molti brand si sono buttati sul tema e il prossimo Pitti Uomo sarà “Rock Me Pitti”.

Lunedì Springsteen ha ufficializzato il nuovo disco, “High Hopes”, che non è un album di inediti bensì una specie di raccolta che contiene un po’ di tutto: cose già editate, sentite, suonate, proposte, riproposte, tra le quali una delle mie canzoni preferite, American Skin, oltre a una mancata di cose nuove ispirate dal chitarrista Tom Morello.

Personalmente la trovo un’operazione non entusiasmante, che probabilmente avvicina alla fine e/o alla rinegoziazione del contratto con la sua casa discografica, che senz’altro lancia una nuova porzione di un Tour felicissimo ed entusiasmante.

Mi piace che nell’edizione deluxe ci sia, in occasione del trentennale, il dvd dell’intera esecuzione di Born in The Usa avvenuta durante l’Hard Rock Calling di Londra. Un’esecuzione, quella, che mandò in bestia una larga parte degli Integralisti del nostro, reduci, la sera prima, dall’esecuzione dello stesso album a Parigi. Un back to back che trova giustificazione in questa uscita discografica abbinata a “High Hopes”. Born in The Usa “from the botton to the end”, Springsteen l’ha eseguito parecchie volte durante l’ultimo tour, ivi compresi il concerto finale del tour a Rio de Janeiro, il penultimo concerto del Tour europeo a Kilkenny, il concerto di Milano. A Kilkenny, prima del concerto della seconda serata, ne ho trovati a bizzeffe che urlavano alla “truffa” per l’ennesima esecuzione del disco per intero.

Tra di loro molti oggi bacchettano chi si avventura in un giudizio affrettato per un disco che non ha nemmeno sentito, chi osa criticare il Maestro, lo Zio, il Vecchio o il Boss, chi non capisce nulla di musica o chi ancora dimentica che tanto poi ci si vede in tour, e tutto passa. E’ evidente che finirà a pizza e fichi come sempre, così come lo è altrettanto il fatto che in certi ambiti si sia presa una strada con poche differenze sostanziali dalle fenomenologie che accompagnano altre band e altre generazioni, per lo più irrise.

Mi sento libero, non certo autorevole – perchè la militanza non genera alcuna autorevolezza; perchè il numero dei concerti non genera alcuna autorevolezza, perchè il numero dei dischi non genera alcuna autorevolezza – di poter esprimere un’idea, un parere, su una canzone che non mi piace. Mi sento libero di poterlo fare dentro quella fetta di comunità meravigliosa che ha bisogno di ascoltare anche altro, tanto altro, per farsi un’idea e un orecchio diverso.

High Hopes a tutti

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1 commento

  1. Corrado Gambi

    HIGH HOPES…

    Capita che a volte ci sia bisogno di ri-trovarsi. Capita quasi sempre dopo che per qualche ragione ci si è persi da qualche parte. A volte anche solo dentro sé stessi. E forse proprio da lì si deve ripartire. Dentro di sé. Ritrovando il senso di chi si è, il senso di ciò che si fa, il senso di ciò che si spera per il proprio futuro, il senso di ciò che non si è riusciti a realizzare. Cercando i perché di tanta inquietudine. Ognuno ha le sue strade, ognuno i propri modi per cercare di tornare a camminare sicuro. Si parte quasi sempre da dentro sé stessi, ma poi si ha bisogno di uscire. Si ha bisogno di tornare ad alzare lo sguardo, ritrovando quelle poche cose che rappresentano i binari della propria vita e che a volte si interrompono o vengono interrotti facendoti “deragliare” pericolosamente. E sono quelle cose che rappresentano l’antidoto ai veleni e alle paure, ai fantasmi che hai da sempre dentro di te e che sono da tenere a bada, pena il ritrovarsi nei guai. Sogni, speranze, progetti, illusioni, voglia di guardarsi indietro finalmente senza più avere l’istinto di correre e non fermarsi mai, desiderio di fermarsi senza temere che qualcosa o qualcuno ti faccia pentire di aver creduto possibile poterlo fare. Perché dentro di te hai tutto questo, hai tanta stanchezza ma anche tanta consapevolezza di ciò che speri per la tua vita. Tu sai cosa ti fa stare bene. Lo sai anche se poche volte senti di poterlo afferrare. E per stare davvero bene si deve vivere… volando alto! Non importa se poi si riuscirà a raggiungere la meta che si spera, ma il solo fatto di averla quella meta aiuta a compiere quel volo. E aiuta ad avere quelle sensazioni di benessere che si hanno quando si è fuori in una giornata di sole, con il vento che ti accarezza e tu senti che sei felice solo per il fatto di essere in equilibrio con quello che ti circonda. E con te stesso. Il senso di avere “grandi speranze” è un augurio. Senza grandi speranze è difficile vivere. È difficile rialzarsi quando si è caduti. È difficile ri-trovarsi quando ci si sente perduti lontano. È difficile ripartire dopo che per qualsiasi ragione ci si è fermati. È difficile allontanare paure e fantasmi. Il senso di avere grandi speranze, avere questo senso dentro di sé, e scoprire di averlo in modo naturale ed innato, è ciò che salva la vita… è ciò che permette di pagare tutti i prezzi che la vita pretende senza finire mai le risorse. Perché se è vero che a volte ci si chiede come sia possibile affrontare questi prezzi, è anche vero che si può sentirne meno il peso. Avendo il coraggio di volare alto, oltre le tempeste, oltre gli ostacoli, oltre i limiti che spesso ci impediscono di guardare dritto davanti a noi e ci fanno dimenticare chi siamo. Avere il coraggio di avere grandi speranze, grandi obiettivi, grandi sogni, piccoli-grandi sogni… perché poi, domani, è meglio sapere di “averci provato”, piuttosto che avere il rimpianto di non averlo nemmeno osato pensare.
    Avere grandi speranze con il coraggio di decidere che ne vale la pena… che vale la pena vivere correndo il rischio di arrivare alla fine… alla fine di tutto… senza esserci riusciti… ma avendoci provato… con tutto sé stessi… a giocarsi le carte con passione, partecipazione, amore, dedizione. Vivendo in modo intenso e felice per ciò che si è. Per ciò che si sente di essere. Per ciò che si sperava di essere.
    Grandi speranze, quindi… e fiducia di saper ri-trovare la propria strada, quella giusta per sé.
    High hopes… appunto! Ognuno le sue…

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