Per l’olio questo 2024 è stato un po’ strano, pareva stesse andando tutto per il meglio, poi, alla fine, le olive arrivavano al frantoio belle e sane, sì, ma alla resa dei conti (si la resa…) tanta acqua e poco olio. A sentire gli esperti veri e non gli ‘azzeccagarbugli’ come me, le piogge di fine estate hanno gonfiato l’oliva e rallentato il processo di inolizione, cioè di produzione di olio nel frutto. Di conseguenza al frantoio mani nei capelli, in quelli di chi portava le olive e di chi ne doveva estrarre l’olio. Valori non omogenei questi e non spalmabili sul territorio nazionale; l’oliveto Italia è messo
talmente male che ogni lembo di terra ha fatto la propria analisi.
Aldilà della qualità reale, che dev’essere sempre verificata visto che nulla di quanto scritto in etichetta ce la comunica, la caratteristica che accomuna un po’ tutti è quella del prezzo di vendita.
Finalmente molti olivicoltori e artigiani dell’olio hanno smesso di lanciare accuse ai confezionatori e si sono decisi a staccarsi dal valore comune di ‘olio’, aumentando il prezzo e raccontandone il perché. Qui torna il problema della qualità, che non sempre corrisponde al prezzo (che spesso supera i 30 euro al litro…).
Nell’ultimo periodo sono andato su e giù per la Penisola, viaggi estremi da un capo all’altro: dalla Calabria di San Giorgio Morgeto, dove i Fazari continuano con passione a sviluppare il loro progetto (www.olearia.eu), molto buono l’olio dalla varietà Ottobratica, legata alla Piana di Gioia Tauro, alla Sicilia di Feudo Disisa a Grisì (www.feudodisisa.com), della famiglia Di Lorenzo.
Cerasuola la varietà dominante, con Nocellara del Belice e Biancolilla. Alla Liguria dove in occasione di Olioliva a Imperia, ho capito che di strada da fare per omogeneizzare le produzioni e toglierle dalla dominante consuetudine locale, ce n’è troppa, soprattutto perché i ‘rallentatori’, come li chiamo io, hanno tutto l’intenzione di cambiare tutto purché nulla cambi….
Sì, ce l’ho, stavolta faccio il nome.
Ho trovato un olio normale, non da corsa, da competizione, a un prezzo giusto (non vuol dire a poco…, giusto), quell’olio che ti ricorda il frutto, elegante, piacevole, dove non dover andare per forza a trovare e misurare le note fruttate, a descrivere le varietà di fiori bianchi, mele, cardi o carciofi, il richiamo delle stessa al gusto, a misurare e fare i conti con l’intensità dell’amaro (…che in questo non c’è), ad attendere il brivido del piccante quando scende in gola. Un olio buono,
sincero, prodotto da una brava persona che con la moglie gestisce anche un agriturismo; lei in cucina, lui, attento in sala, una sala elegante ma senza fronzoli o obblighi, tovaglia bianca, doppio ingresso di qua e di là, in tavola i piatti di quella terra, il rispetto di quella tradizione, con la magia della testa e delle mani di una donna che ha saputo unire la sua passione per la cucina, a quella di
una terra nuova.
Ecco l’indirizzo:
Agriturismo Rio Rocca
Piazza Giuseppe Mazzini, 1
San Lorenzo al Mare (IM)
www.cascinariorocca.eatbu.com
Chiedete di Donatello, riapre il 29 novembre.
Dimenticavo, l’olio Novello…
Pare stia svanendo l’interesse dei consumatori attenti a questa mania di essere i primi, segno buono. Ho letto comunque di un’azienda che ha cominciato a vendere il novello, ben prima di aprire il frantoio. Mistero… Ma forse ho capito male.
NB – Quanto scrivo dev’essere inteso come valore delle persone che ho incontrato. L’olio che indico è frutto del loro lavoro. Io amo gli oli di chi ha testa, il piacere è responsabilità vostra, del vostro gusto che merita di essere messo alla prova sempre, per andare alla ricerca di quella neutralità del cibo e dell’olio, troppo spesso ristretta alle abitudini, che ci responsabilizza. Oltre 500 varietà di oliva in Italia, meritano di essere qualcosa di più di una semplice bottiglia d’olio.
MAURIZIO PESCARI
(foto dal profilo facebook di Rio Rocca)

