Il tempo della terra: due giorni di festa al Pastificio Mancini

C’è stato un momento, ieri sera, in cui il rumore del motore di un trattore del 1946 ha anticipato le voci e le risate di una tavolata lunghissima, imbandita sotto il cielo della collina fermana per centinaia di ospiti da tutto il mondo, panama in testa, e il denominatore comune di un “incrocio” con Massimo Mancini durante tutti i suoi anni di Impresa.

Suonata la sirena, la trebbia ha ripreso a girare dopo decenni, sollevando polvere dorata come ai tempi in cui il grano si raccoglieva a mano e la fatica si condivideva tra vicini di casa. Ma ieri non era solo una festa, bensì un modo per fermare il tempo e guardare indietro, fino alle radici di una storia che continua a crescere e a rigenerarsi.

Perché quella terra, prima di diventare pasta pluripremiata nei ristoranti stellati di mezzo mondo, qui ben rappresentati, è stata semplicemente terra da lavorare con le mani, i trattori, la pazienza di generazioni. E ieri sera, tra verdure dell’orto e animali da cortile, cucinati da cinque giovani cuochi (Maicol Capriotti e Federica Brandimarte dell’acclamatissima Osteria dei Maltagliati di Torano Nuovo, Isaia D’Angelo di Paglià pizza e fichi di Pagliare del Tronto, frazione di Spinetoli, Gabriele Eusebi del San Tommaso 10 di Torino, Carlo Sebastiani di Da Sebastiani a Ortezzano) e portati in tavola come un tributo sincero, quella memoria è tornata a farsi sentire, non come nostalgia, ma come radice sempre viva di un progetto che guarda avanti, sempre più lontano, non perdendo mai la sua identità.

Massimo Mancini ha voluto condividere con tante persone l’emozione per il sogno che ha coronato, ma sinceramente non so quanto ami l’etichetta del visionario, o almeno, solo quella: lui è un grande imprenditore prima di tutto, i numeri parlano da soli. In poco più di quindici anni il suo pastificio eretto in mezzo ad un campo di grano è passato da un’azienda con due dipendenti e meno di un milione di euro di fatturato a una realtà che oggi occupa oltre cinquanta persone, coltiva quasi 1500 ettari nella zona ed esporta in sessanta paesi, con 11 milioni di euro di ricavi…and counting direbbe qualcuno.

Veruska ed io abbiamo avuto il privilegio di esserci, insieme a persone arrivate nelle Marche dai posti più disparati per assaporare la profondità e la verità di radici e storie che affondano nel secondo dopoguerra, quando suo nonno Mariano (oggi gli è tributato l’onore di una varietà di grano) fondò l’azienda agricola diventando un pioniere della meccanizzazione, con lo stesso trattore del 1946 rimesso in moto dal figlio e da un suo vecchio “fedelissimo” per la festa della trebbiatura. E’ stato poi il padre Giuseppe a proseguire l’attività negli anni Cinquanta, e Massimo rappresenta la terza generazione, la prima ad aver scelto di trasformare il grano in pasta.

Agronomo e già project manager in un pastificio toscano, Massimo ha iniziato a dedicarsi definitivamente all’azienda di famiglia nel 2001, per cambiare le carte in tavola con un’ idea che cambierà tutto: basta “svendere” il grano, un’occhiata al mondo del vino, in particolare modo ad alcuni straordinari esempi di verticalità (da qui la presenza di Josko Gravner, un grande esempio con il suo lavoro sulla ribolla — a cena ne abbiamo bevute due indimenticabili), quindi seminare, raccogliere, trasformare.

Massimo ha così deciso di applicare la stessa logica al grano duro, guidato dai consigli della dottoressa Ornella Porfiri, conosciuta prima sui libri poi nel centro sperimentale di Urbisaglia, la persona che, incuriosita da una vision out of the box, ha messo al servizio know how e consigli decisivi.

Nessun’altra azienda italiana aveva mai costruito un modello economico interamente basato sul grano di propria coltivazione, controllando l’intera filiera, e il sogno si è concretizzato in una regione, le Marche, terza per produzione di grano duro dopo Puglia e Sicilia, un posto magico che offre al grano terreni e clima ideale.

Rispetto al Pastificio ci sono a ovest i Sibillini e salendo sopra la collina di Monte San Pietrangeli, verso est, in alcuni punti si può scorgere anche il mare: con le vallate predisposte in modo parallelo rispetto al mare, si crea infatti un continuo ricircolo di aria.

In estate l’aria fresca scende dai Sibillini, d’inverno l’aria più mite sale verso la montagna. L’umidità non ristagna e il grano cresce senza ammalarsi. Il terreno delle dolci colline marchigiane fa il resto: ricco di argilla, abile a trattenere l’acqua, sempre ben umidificato permette al grano di non soffrire anche nei periodi di siccità.

Ma torniamo a questa storia straordinaria.

Ricordo un’intervista in cui Massimo raccontò di aver impegnato tutto, bicicletta compresa, e di come i suoi primi otto anni furono di grandi sacrifici, col grano macinato in Abruzzo, il confezionamento a mano, con tutta la famiglia sul pezzo. Il 17 marzo 2010 segnò l’inizio della produzione e nello stesso anno acquistai il primo pacchetto di spaghetti, poi ci siamo incontrati e oggi sono io a ringraziare lui per le piccole cose fatte insieme, a Formentera e con Fabi Shoes, più volte a Pitti a Firenze e in occasione di Expo con degli spaghetti in una confezione ad hoc.

Già, perché la pasta di Massimo, oltreché strepitosa, si faceva anche guardare già allora: col prezioso supporto della moglie Paola, la presenza al suo fianco di Lorenzo Settimi, non solo aveva capito che serviva un grande grano per fare dell’ottima pasta, ma che erano anche necessari design e packaging accattivanti. È stato e continua a essere un grande successo anche da questo punto di vista.

Oggi Pasta Mancini coltiva tantissimi ettari in un raggio di trenta chilometri tra Fermo, Macerata e Ancona, molti dei quali appartenevano a proprietari che avevano abbandonato l’agricoltura per il calzaturiero, settore che qui vive da un decennio una crisi profonda, lasciando in tanti senza un piano B che Massimo aveva intuito 25 anni fa. La rotazione dei terreni, con ceci, lenticchie, girasole tra gli altri, resta un principio cardine per Mancini, convinto che solo la trasformazione, e non la sola vendita di materia prima, possa creare vero valore. Da qui i primi pacchetti di ceci messi in commercio nei mesi scorsi e la cosa raccontataci ieri da due bravissimi giovani agronomi che per i prossimi 5 anni l’Azienda sarà circondata da erba medica.

La festa della trebbiatura, la prima dal 2017, ha ospitato proprietari di gastronomie e negozi gourmet, alcuni tra i tantissimi stellati italiani e internazionali, stampa nazionale e internazionale, persone dai mondi più disparati che hanno incrociato la strada di Massimo, come per esempio il campione di ciclismo Daniele Bennati, mio vicino di posto a tavola.

L’ampliamento firmato dallo studio di Stefano Boeri, scelto per raccogliere l’eredità dell’architetto Ernesto Paoletti, amico personale di Mancini scomparso di recente, che aveva progettato il primo stabilimento e l’ampliamento del 2017, è stato celebrato e raccontato benissimo e in più momenti.

Un intervento pensato per proseguire quel lavoro dentro la collina, un abbraccio verde che non tradisce il paesaggio che lo ospita. Perfetto il riassunto scritto da Boeri sui suoi canali social poche ore fa: “Il Pastificio Mancini è un luogo in cui il paesaggio è parte integrante del processo produttivo. In questo senso, l’edificio non protegge soltanto una macchina industriale: custodisce una relazione continua tra suolo, clima, coltivazione e trasformazione”. Impeccabile, ma ci torneremo.

Se la prima sera è stata dedicata alla terra e alla convivialità (aperitivo durante la trebbiatura in stile anni ‘60 con bruschette, vino, gazzosa e Peroni, poi tavolata poetica, infine serata danzante), la seconda ha avuto un respiro più intimo. Alla Sala degli Artisti di Fermo è stato proiettato Il tempo della terra, il documentario firmato da Alessio Ballerini che raccoglie le voci di chi ha accompagnato Massimo Mancini in questo percorso: l’agronoma Oriana Porfiri, la sua “maestra”; il pastaio Claudio Cordari, amico fin dai tempi della stessa compagnia di ragazzi, “di quando c’erano ancora le discoteche”; e Stefano Boeri, che dopo la proiezione ha accolto tutti nel pastificio per raccontare, con i suoi collaboratori, come ha raccolto l’eredità di Paoletti e delle tre querce da cui tutto si sviluppò, rappresentazione di nonno, padre e figlio. Il documentario, ci ha raccontato l’anconetano Ballerini, potrebbe trovare spazio in qualche rassegna internazionale, e ne ha tutte le carte in regola: unisce tutti i puntini di questa storia in maniera delicata, coinvolgente, a tratti toccante.

E’ stato poi interessante scoprire che nel pensare al progetto del Pastificio, Boeri abbia scavato nella memoria andando a pescare un vecchio lavoro alla Centrale Geotermica di Bagnore, sul Monte Amiata, tra il 1998 e il 2000, quando per la prima volta affrontò il tema dell’armonizzazione tra industria e paesaggio. Anche allora la fabbrica non si imponeva sul paesaggio, ma lasciava che fosse il paesaggio a condizionarne le forme.

Tutta la due giorni è stata permeato e accompagnata da una forte componente emotiva, e non stiamo parlando della festa fine a sè stessa.

La si è toccata nei continui richiami a Paoletti, che di Massimo non era solo l’architetto di fiducia ma il migliore amico, ed il passaggio nel documentario ha commosso la sala. Da quella amicizia è nata poi la scelta di affidare il completamento di quell’eredità a Boeri: solo uno dei più grandi architetti al mondo, ammirato dall’amico Ernesto Paoletti, poteva ricevere l’incarico di portare a termine il lavoro di una persona così speciale per Massimo Mancini. E questa emozione ha fatto la differenza anche in Boeri nell’accettarlo.

E’ stata una festa meravigliosa e curatissima a ricordarci che alla base di questo grande successo resta saldo un principio semplice e fondante: non troverete mai qui la rincorsa ai grandi numeri a scapito della qualità, bensì il rispetto per il tempo della terra e il tempo della pasta, con il grano sempre coltivato in proprio.

Un modello che nasce dalla terra celebrata in questi due giorni, tra trattori d’epoca, trebbiatrici del 1950, tavolate lunghissime e un documentario che, raccontando il lavoro, ha finito per raccontare soprattutto i legami che lo tengono in vita.

Come diceva un amico che avevo in comune con Boeri, Franco Bolelli, “tutto connette tutto”.

Gianmaria Vacirca


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