Ad Avellino si festeggia: la seconda parte del pranzo povero…

Passiamo al secondo, per il quale occorreranno (sempre per i nostri 4 affamati):

8 tarachelle

un kg di patate

mezzo peperone rosso e mezzo peperone giallo

olio

spicchio d’ aglio tritato

sale

pepe

Se nel primo piatto il compito di “allongare” e dare sapore spettava agli insaccati sminuzzati e alla parte grassa della carne, qui abbiamo un nuovo protagonista: è la patata, il cibo povero per eccellenza. Questo meraviglioso tubero, il cui nome è legato alle due più grandi gioie della vita, ha una capacità unica di assorbire ed amplificare i sapori, trasformando un baccalà, un san pietro o le nostre tarachelle in un’estasi al palato. Questa specificità rese la patata uno degli alimenti base della cucina povera tradizionale italiana, specialmente dalle mie parti. Per amplificare questa caratteristica c’è un trucchetto. Prima pelate e tagliate a cubetti le patate, poi immergetele per 5 minuti scarsi in acqua bollente leggermente salata.

Nel frattempo nel “ruoto” – pardon, teglia da forno – fate rosolare le tarachelle, giusto per far uscire un po’ di grasso e far ammorbidire la carne.

Terzo e ultimo elemento, in una padella fate soffriggere i peperoni tagliati a striscioline lunghe e sottili (il tempo di farli “ammosciare”). Trascorsi i 5 minuti preliminari scolate le patate e unite tutti gli ingredienti nella teglia da forno in cui sono adagiate le tarachelle, distribuendo uno spicchio d’aglio tritato e una manciata di salre grosso. Anche qui, non aggiungete burro o altre amenità. C’è il grasso della carne e l’olio dei peperoni a far da legante con le patate e a garantire il melting pot di gusti. Le patate, rese più morbide dal passaggio in acqua, assorbiranno tutti i sapori e cuoceranno più velocemente nel forno, uniformando così il loro tempo di cottura – storicamente lungo – a quello delle tarachelle. Prima controllatina a 20 minuti, mezz’ora è forse già troppo. Non tenetele esageratamente dentro o la carne rischia di indurirsi.

Il pranzo, vi assicuro, è di una bontà difficilmente descrivibile. Si arriva al controsenso voluto che da cibi poveri (patate e carni meno nobili del maiale) si riesce a tirar fuori una ricchissima composizione di sapori, perfettamente in armonia tra loro. Il procedimento è semplice, i consigli: poco olio, pochissimi aromi e lasciate che sia il sapore degli ingredienti a decidere il piatto.

Arriviamo alla cosa più importante, l’abbinamento con il vino:

un’antica leggenda narra che ogni volta che qualcuno beve coca-cola su un pranzo del genere, da qualche parte, in Irpinia, una vecchietta muore. Senza il giusto bicchiere (ma diciamo anche la giusta bottiglia…) questo pranzo è un coito interrotto. Ovviamente giocando in casa ho optato per un clamoroso Taurasi 2005 di Molettieri, uno dei papà del Taurasi Docg. La bottiglia appartiene ad una confezione da 12 che con lupenesca maestria rubai ad una degustazione organizzata al paese di Taurasi, se cercate qualcosa di più economico potete prendere un qualsiasi Aglianico irpino. Se ne trovano di fantastici prodotti dalle piccole etichette (Basketkitchen vi consiglia

Giuseppe Matarazzo

 DI PRISCO), quindi potete anche evitare i classici Mastroberardino e Feudi di San Gregorio (che comunque restano dei signori vini ad un rapporto qualità/prezzo più che discreto).

Per il sugo fiamma bassissima e tanta, tanta pazienza. In una domenica in cui scegliere se guardare Brindisi e Venezia o scannarmi sui social network per via di Catania Juve ho preferito cercare e trovare serenità e pace in una ricca abbuffata con madre, nonna e zio. Spero possiate trovarla anche voi!

See ya

Giuseppe Matarazzo

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