LE DIVISE DELLA SERIE A 2018/2019

Anche per quest’anno, seppur con estremo e colpevole ritardo, parliamo delle divise della serie A di basket ma lo facciamo con un approccio differente. È ora di dire basta con questa pratica dei televoti, della contesa, del noi contro voi, della competizione in ogni aspetto della nostra vita, basta basta basta con l’isola dei famosi e del mors tua vita mea sempre e comunque.

Proviamo a fare una semplice e breve analisi ipermegacritica di quel che vediamo correre su e giù sui nostri amati parquet ogni domenica.

La premessa è quella di sempre, tutto questo minestrone di loghi non si abbina con l’estetica ma questo è un discorso ormai vecchio come il cagnolino di San Rocco (scusate ma una frase in memoria di mio padre dovevo mettercela per forza in qualche modo), però …

si … c’è un però,

Modalità egocentrismo ON
Le pagelle di BasketKitchen hanno evidentemente spinto le aziende a fare un certo qual sforzo perché le linee e gli abbinamenti di colore siano migliori e vadano ad intrecciarsi in maniera più armonica con l’ammasso di brand (maledetto Dio danaro) di cui sono invase le maglie. 
OFF

Ora passiamo alle cose serie [semicit.]

Pistoia è il chiaro esempio di ciò che ho appena provato a dire, ha limitato la classica scacchiera sul laterale del pantaloncino per liberare il resto, c’è Sassari che ha ridotto l’opacità delle maschere in trasparenza aiutando molto la leggibilità. A proposito, complimenti per la coppa.
Brescia si è lasciata andare all’aggiunta di motivi grafici ripetuti e per quanto siano ben bilanciati e non vadano ad intaccare la leggibilità degli sponsor sulla canotta, sul pantaloncino risultano un filo troppo invadenti ed evidenti, soprattutto nella versione a fondo blu, ma è comunque molto interessante.


C’è poi chi come l’Aquila, pur limitando al minimo la grafica dedicata ai colori societari, purtroppo ha un risultato non armonico a causa di un numero elevato di pezze per gli sponsor e di loghi a colori che la rende un po’ confusa, come il mio armadio che se lo vedesse mamma, uff quante me ne direbbe. È da sempre una delle mie preferite, quest’anno han dovuto fare di necessità buon viso. No, mi sa che non era così. Nota positiva, ogni inserzionista sarà contento perché vedrà bene il suo logo, that’s it.

A proposito di patch anche quest’anno ne abbiamo varie, Varese ne ha fatto praticamente una filosofia di vita, tipo Marco “Cookie Monster” Belinelli a Golden State. Il suo biscotto sul petto per dar evidenza allo sponsor (sul quale non mii ripeterò) sembra inderogabile e alla fine la coerenza è un valore; il competitor di mercato a Venezia ha da sempre quel rosso che mal si integra con i colori societari ma a mitigare la cosa ci sono gli inserti grafici e il maestoso Leone di San Marco dorati che sono veramente apprezzabili; oppure ancora c’è Avellino che però reagisce grazie a dei graffi aggressivi e molto belli, soprattutto nella versione away con un verde acido sfumato molto attraente.

Patch, etichette, toppe, pezze, patacche e macchie di sugo, molto bene.

Anche il logo di Torino è una patch per quanto mi riguarda anche se certamente di tutt’altro genere, resta comunque una delle divise migliori della serie A nella sua semplicità, il tarlo che si possa fare meglio con quello sponsor però non me lo toglie nessuno, così come si può dire di Milano da cui ci si aspetta tantissimo vista la genialità e lo stile di chi ci mette il nome. 

Il prossimo anno li voglio tutti in denim, si può fare?

Gli stessi colori dell’Olimpia li veste anche Pesaro, che ha spezzato la monotonia utilizzando una fascia curva sul petto e con dei motivi grafici tono su tono al suo interno. Apprezzo la volontà di dare grande spazio al logo societario anche se i due sponsor fanno un filo di rumore, confusione che Cremona scongiura grazie alla sovrapposizione di proprietà e main sponsor che permettono di restituire una linea pulita ed una grande identità. La stessa pulizia la troviamo a Bologna che in questo modo valorizza davvero molto il suo inserzionista, su una linea forse fin troppo basic ma ehi, funziona. Grandi complimenti anche a loro per la coppa, due trofei europei portati nello stivale non li si vedeva da un po’. Brindisi segue le V nere sulla strada della linearità dove però il numero degli sponsor aumenta e chiaramente la leggibilità bla bla bla, ce lo siamo già detti.

Questa benedetta ed extra citata leggibilità è amplificata nelle divise di Trieste che lascia accesa una sola fila del pannello dell’oculista e mostra con orgoglio sul petto il nome della città, facendogli fare da cappello allo sponsor principale che si vede benissimo ed è separato dal secondo il quale, nonostante sia sulla schiena, é molto evidente e si legge meglio di tanti altri di cui abbiamo parlato fino ad ora sul petto di molte avversarie. Chiaramente la divisa nera, beh, è meravigliosamente tutta un’altra cosa. Per citare il poeta, “Cinema.”

E poi c’è … un errore di sistema, un glitch.

Certamente non una novità assoluta ma chiudo con una soluzione su una strada opposta, quella di Cantù. La storica società brianzola ha sacrificato i propri colori sull’altare del marketing, lo sponsor si appropria della divisa nella sua interezza e per quanto questo possa prestare il fianco a sciocchi sfottò dalle tifoserie avversarie, no beh aspettate, mi sa che li sto sopravvalutando, comunque dicevo, di sicuro è estremamente caratterizzante e funzionale, quindi siamo sicuri che sia proprio un sacrificio?

Enjoy the playoffs folks

MIRKO CARCHIDI

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